L'ESPERIENZA DI MARTA
Quest'estate io e mio figlio Leo abbiamo trascorso quindici giorni in Perù partecipando a un campus di volontariato con Fondazione Francesca Rava NPH Italia.
È un’esperienza difficile da sintetizzare in poche parole, perché ha aperto molte emozioni, riflessioni e domande, alcune delle quali ancora oggi hanno bisogno di trovare una risposta.
Le nostre giornate erano divise principalmente in due momenti, molto diversi tra loro. Al mattino ci spostavamo nella comunità 18 de Octubre, dove vivono circa 140 famiglie in una situazione di estrema fragilità economica e sociale. Il nostro compito era cercare di riqualificare uno spazio destinato alla comunità: una piccola struttura con una sala comune e il terreno antistante con i giochi per i bambini.
Abbiamo pulito, raccolto rifiuti, spostato pietre, dipinto e sistemato quello che potevamo, con l’obiettivo di rendere quello spazio nuovamente agibile e fruibile per tutti.
Durante il lavoro eravamo continuamente a contatto con le persone che vivevano lì e soprattutto con le bambine e i bambini, che incuriositi venivano a conoscerci. È stato uno degli aspetti più emozionanti e commoventi di quei giorni: avevano un desiderio incredibile di stare insieme, giocare, conoscerci e partecipare a quello che stavamo facendo.
Leo, in particolare, veniva letteralmente circondato dai bambini che volevano essere presi in braccio, salire sulle sue spalle o semplicemente abbracciarlo. Non ci chiedevano nulla, non cercavano di venderci nulla: cercavano il contatto, il gioco, la relazione. Abbracci e sorrisi. E spesso volevano anche lavorare insieme a noi, prendere un pennello, spostare qualcosa, sentirsi parte di quello che stavamo facendo.
Nel pomeriggio tornavamo invece alla Casa NPH, un grande terreno con diverse case, orti e spazi per giocare, dove vivono circa 23 tra bambini, ragazzi e ragazze che, per ragioni diverse, non hanno una famiglia che possa prendersi cura di loro .
Lì il nostro “compito” era molto meno definito e forse, alla fine, ancora più importante: stare con loro.
Conoscerci, giocare, parlare, passare del tempo insieme. Giorno dopo giorno sono arrivati i sorrisi, la confidenza, gli abbracci. E con loro quella sensazione molto semplice e potente della possibilità del dare e, ancora di più, della meraviglia del ricevere.
Per me, poi, vivere tutto questo insieme a Leo ha dato all’esperienza una dimensione ulteriore.
Mi sono sentita doppiamente privilegiata: per essere nata nella parte fortunata del pianeta, ma anche per essere lì e avere l’opportunità di farlo insieme a mio figlio. Sapendo che, negli anni a venire, potremo ricordarci reciprocamente quello che abbiamo vissuto.
In quei giorni, dentro di me ma anche in Leo, si sono fatte strada domande sulla giustizia sociale, sul nostro ruolo, sui nostri privilegi e, più profondamente, sul significato che vogliamo dare alla nostra vita.
In quei giorni accanto alle tante domande, alla gratitudine e alla commozione, però, ho provato anche un sentimento più difficile: la frustrazione.
La frustrazione di non riuscire a fare abbastanza. Di raccogliere i rifiuti e ritrovarli il giorno dopo. Di spostare pietre senza comprenderne sempre la logica. Di dipingere qualcosa e vederlo poco dopo rovinato. Di non riuscire a completare il lavoro che avevamo iniziato.
La domanda, tornando alla nostra vita, è diventata allora un’altra: come fare perché tutto questo non scivoli via, sommerso dalla routine e dalla nostra vita comoda?
Non so se ho ancora una risposta. Ma so che io e Leo potremo ricordarcelo a vicenda e provare a custodire e coltivare quello che abbiamo vissuto.
Forse anche per questo, proprio l’ultimo giorno, abbiamo deciso insieme di adottare a distanza José Luis, uno dei ragazzi della Casa NPH, al quale entrambi ci eravamo particolarmente legati.
Non credo che questo rappresenti una risposta alle tante domande che ci siamo fatti, né tantomeno un modo per sentirci “a posto”. È semplicemente un piccolo gesto concreto, nato da un legame vero, che ci permette di non interrompere del tutto ciò che è cominciato in quei giorni. Di continuare a sentirci parte, anche da lontano, della vita di qualcuno che abbiamo conosciuto e a cui vogliamo bene.
E forse è anche un modo per ricordarci, nella nostra quotidianità, quello che il Perù ci ha lasciato: la consapevolezza del privilegio, il valore dell’incontro e soprattutto una domanda che da allora sentiamo ancora più forte: può la nostra felicità essere davvero slegata da quella degli altri?
Forse quello che abbiamo capito è che non basta cercare di costruire una vita felice per noi stessi, se non proviamo, nel nostro piccolo, a contribuire anche a quella degli altri. E che questo riguarda soprattutto chi ha avuto meno possibilità, chi è più fragile, chi non ha avuto la fortuna di poter scegliere le proprie condizioni di partenza.
È un pensiero semplice, forse, ma molto difficile da portare davvero nella vita di tutti i giorni.
Ed è probabilmente questo ciò che, più di ogni altra cosa, io e Leo abbiamo portato a casa dal Perù.